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CineMarina
i film tra sogno e realtà
10 gennaio 2008
Maledetti 15 minuti di fama (ovvero: "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford")
Dalla fine degli anni Sessanta all'inizio degli anni Ottanta dell'Ottocento un nome era sulla bocca di tutti i cittadini dello stato americano del Missouri: quello del fuorilegge Jesse James (Brad Pitt) che con la sua scalmanata banda, di cui faceva parte anche suo fratello maggiore Frank (Sam Shepard), assaliva incessantemente banche, treni e diligenze. Il giovane Robert Ford (Casey Affleck), con la mediazione del fratello maggiore Charley (Sam Rockwell) - già nella gang - riesce a diventare anch'egli un membro della cerchia di Jesse e partecipa all'ultimo colpo, nel 1881...
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007) - titolone! - è un western atipico, almeno nel senso tradizionale del termine: in effetti esso è sempre stato un genere aperto, ampio, capace di reinventarsi. Questo film lo si potrebbe magari definire "western crepuscolare", in quanto vediamo il tramonto di quell'epoca dalle interminabili cavalcate, dai polverosi duelli, dagli eroi duri e puri, dalla determinata costruzione di un'identità nazionale... In questo film poi manca quel respiro epico presente invece nei film classici di John Ford, per esempio, o anche in quelli più recenti (basti pensare a Quel treno per Yuma). L'assassinio di Jesse James infatti si avvicina di più ai western "rivoluzionari" di registi come Sam Peckinpah. Manca inoltre una contestualizzazione precisa del contesto sociale e del periodo storico (l'America sopravvissuta alla guerra civile) in cui la leggenda di Jesse James prese forma. Il film del neozelandese Andrew Dominik trascura decisamente l'azione per soffermarsi sull'introspezione psicologica dei vari personaggi coinvolti nella vicenda. Il carismatico Jesse (protagonista di molte altre pellicole cinematografiche) non viene qui ritratto all'apice della sua "carriera", ma agli sgoccioli di un "mestiere" in cui forse non crede più: è ormai privo del fascino, della forza radiosa, della grandezza - caratteristiche tipiche del cowboy romantico. Quest'uomo incupito, malato, incattivito fino all'esasperazione, tanto da arrivare a picchiare selvaggiamente un ragazzino (salvo poi piangere sommessamente per il suo gesto), attraversa come un'anima in pena lo sconfinato e variegato territorio del Missouri (illustrato dalla splendida fotografia "datata" di Roger Deakins) in tutte le sue stagioni, mosso da un feroce rancore verso il tradimento dei suoi compagni di scorribande (complimenti a tutto il cast) che non vedono l'ora di incastrarlo - ma che allo stesso tempo hanno una paura matta di essere fatti fuori proprio da lui. Jesse, spietato vendicatore che non ha più niente da perdere, forse potrebbe trovare finalmente la pace fermandosi, rimanendo con sua moglie e i suoi due figli. Ma non ha fatto i conti con il suo fan più sfegatato, Robert Ford. Un giovane frustrato perché preso sempre in giro e mai sul serio dai veterani della banda, una recluta che venera e invidia il suo leader (al punto di vantarsi di sapere tutto di lui, di trovare analogie tra le loro vite e di custodire gelosamente in una scatola sotto al letto qualsiasi cosa lo riguardi), una matricola che non riesce a farsi apprezzare dal suo maestro - anzi: l'ostinata diffidenza di Jesse per Robert trasformerà l'inquietante ammirazione in terribile disprezzo. L'odioso ventenne dal sorriso mellifluo e dalle palpebre pesanti gusta finalmente la sua vendetta il 3 aprile 1882, quando riesce a sparare al trentaquattrenne Jesse mentre questi, di spalle, in piedi su una sedia, sta togliendo la polvere ad un quadro di casa sua. Robert lo uccide con la Colt 45 che Jesse stesso gli ha regalato... Ma dove sta il trucco? Qual è la verità? Perché Jesse, dotato di un fiuto imbattibile, ha lasciato che un giovane con la parola traditore scritta in faccia entrasse nel suo gruppo? Perché questa morte così semplicemente stupida, immersa in un'atmosfera che sa di rituale, con Jesse che proprio in quella situazione ormai così chiara si toglie l'inseparabile cinturone? Il film è disseminato di tanti indizi a riguardo (gli scatti di disperazione, il senso di mortale attesa, il discorso sul suicidio...). "Non capisco, tu vuoi essere come me o vuoi essere me?", chiede Jesse a Robert: in lui egli vede la sua fine, e capisce di non avere via di scampo. Ma lo specchio ha sempre due facce: e infatti, una volta ucciso il suo idolo, Robert si troverà a rivivere per ben 800 volte quel delitto sui palcoscenici d'America, sofferente prigioniero della figura di Jesse e della propria infamia. Robert voleva salvarsi la pelle, oltre ad intascare la taglia. Desiderava la gloria, ma non la ottenne: il volubile pubblico americano in realtà amava l'assassino assassinato - simbolo dei ribelli verso il sistema corrotto, dei critici verso il governo malfunzionante. Affascinante risulta la sequenza della sorte del popolare bandito, il cui corpo venne comprato, mummificato nel ghiaccio, immortalato nelle dagherrotipie, celebrato in una ballata (che nel film è interpretata dal cantautore-cowboy Nick Cave, autore dell'intera colonna sonora): mitizzato e reso immortale, insomma. Mentre la fine di Robert fu un lampo, una notizia veloce, e nulla di più.
Tratto dal romanzo omonimo di Ron Hansen, il film è volutamente lungo, lento e statico, appesantito da una voce narrante francamente inutile e accentuato dal pacato montaggio e dalle frequenti dissolvenze in nero (che fanno procedere la narrazione a strappi). Ma, nonostante tutto, la pellicola funziona: per la secchezza narrativa, la sobrietà stilistica, la struggente nostalgia che traspare dalle immagini malinconiche, alcune al limite dell'onirismo.
Presentato allo scorso Festival di Venezia, il film è stato stroncato dalla maggior parte dei critici. Quando poi il bravo Brad Pitt è stato annunciato come il vincitore della Coppa Volpi si sono levati alti i fischi di disapprovazione. A questo punto, sarebbe stato più giusto un aex equo con Casey Affleck - perfetto nella parte di Robert.
Il coraggioso vile.






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17 dicembre 2007
Futurama è ge-nia-le!
Lo pensavo già da tempo, ma ora che lo stanno ritrasmettendo su Italia 1 (alle ore 20, dopo I Simpson) me lo sto gustando davvero seriamente!
Matt Groening, ti adoro!




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16 dicembre 2007
La normalità della follia o la pazzia della quotidianità? (ovvero: "Ubriaco d'amore")
Barry Egan (Adam Sandler) è un uomo timido e introverso che soffre di una miriade di complessi, vessato dalle sue sette sorelle che gli stanno sempre addosso, che lo esasperano per la loro invadenza, i rimproveri, le telefonate. Barry non riesce a trovarsi una ragazza. Gestisce una piccola attività che lo fa guadagnare bene, ma in realtà quel lavoro non gli piace. Barry sembra "a posto". Ma la verità non sta mai in superficie: infatti, da persona mite e innocua, egli si può tramutare improvvisamente in individuo rabbioso e fuori di testa. Ogni tanto la sua "normalità" viene interrotta da vere e proprie crisi isteriche, da attacchi di squilibrio mentale in cui Barry esplode, letteralmente: sfonda muri, spacca vetrate, demolisce gabinetti, picchia avversari, piange disperatamente. Insomma, cerca in tutti i modi di scaricare la tensione. Un giorno egli comunica il numero della carta di credito ad una linea di telefono erotico trovata nella rubrica dei piccoli annunci: da allora, qualcuno (Philip Seymour Hoffman) prende a ricattarlo in modo pericolosamente minaccioso. Intanto Barry si è accorto di un grande sbaglio da alta finanza: una marca di budini ha commesso un enorme errore di calcolo nel proporre ai clienti tot chilometri in aereo contro tot prove d'acquisto. Si lancia quindi in una colossale corsa all'acquisto, con il sogno di vincere una vacanza alle Hawaii. E poi arriva Lena Leonard (Emily Watson), una dolce ragazza ferita dalla vita che forse può dare a Barry quella felicità, quella via di fuga, quella boccata d'ossigeno che sta cercando...
L'idea alla base del film Ubriaco d'amore (2002) è una notizia di cronaca su un ingegnere californiano, partecipante ad un concorso promozionale che offriva viaggi aerei a fronte di acquisti di scatole di pudding. Il tizio arrivò a vincere due milioni di chilometri in aereo! Paul Thomas Anderson (geniale autore dei notevoli Boogie Nights e di Magnolia) ha realizzato un film difficilmente catalogabile in un unico e preciso genere. Definire la pellicola semplicemente come una commedia sentimentale, infatti, non rende appieno il quadro di tutta la storia narrata. Che parla di chi vuole cambiare la propria vita, di chi trova dentro di sé energie incredibili, di chi riesce a vedere oltre l'apparenza, di chi vive sfruttando le debolezze degli altri... Una storia (che rimanda anche a quelle dei fratelli Coen) creata insomma da alcuni piccoli, originali tasselli di vita vissuta che vanno a comporre un grande mosaico. Anderson - come tradizione - costruisce una bella e originale sceneggiatura partendo da piccole cose, legando insieme eventi a prima vista ordinari che si trasformano in fatti eccezionali. Miglior regista al Festival di Cannes, egli si è concentrato stavolta su un unico personaggio (diversamente dai suoi precedenti film corali). Ma i suoi segni d'autore sono sempre evidenti: l'uso simbolico dei colori, il montaggio spezzato, i movimenti creativi della macchina da presa. Anderson descrive una fetta dell'America attuale, dove i rapporti umani sono feroci, il consumismo vacuo, il disagio estremo, la solitudine sofferta, la confusione inquietante, la libertà desiderata, il destino a senso unico. E intanto (complice l'efficace fotografia di Robert Elswit) rende omaggio al glorioso Technicolor, tipico delle pellicole americane degli anni Quaranta, con il cromatismo dai toni quasi violenti, le forme stilizzate, le atmosfere euforiche e i tempi sincopati. Ma il suo film è anche un mix di iperrealismo e surrealismo: è buffo, spiazzante, sorprendente. A creare il giusto ritmo contribuisce anche la colonna sonora di Jon Brion.
Perfetto il cast. Fa piacere vedere Emily Watson in un ruolo non tristissimo, angosciante e "pesante" come suo solito, ma più solare, leggero e delicato. Di Philip Seymour Hoffman basta dire che è un attore versatile e sensibile: è in grado di fare qualunque cosa. Adam Sandler è conosciuto poco in Italia, e solo per le sue commedie - alcune veramente di basso livello. Forse non tutti sanno che invece è un artista poliedrico: è anche produttore, regista, cantante, compositore. E anche attore drammatico (come ha dimostrato nell'interessante reign over me). Certo, essere diretto da un regista come Anderson - abile a valorizzare alcuni insospettabili e nascosti aspetti della sua recitazione - gli è stato di grande aiuto. Sandler infatti riesce nella non facile impresa di rendere credibili gli eccessi del suo personaggio, che si muove come una maschera tragi-comica in questa situazione quasi kafkiana.
Dove può benissimo accadere che un harmonium piova dal cielo...





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15 dicembre 2007
Cate e Philip si sdoppiano!
Lo scorso 13 dicembre sono state annunciate le nomination ai Golden Globe 2008.
Come al solito, le scelte della HPA (Hollywood Foreign Press Association) non hanno destato particolare sorpresa. La novità è rappresentata da una rosa più vasta di film in lizza per il miglior film drammatico.
Una curiosità: Cate Blanchett e Philip Seymour Hoffman sono andati in doppia nomination. Nella cinquina per il miglior film straniero non figura alcuna pellicola italiana: meno male che a rappresentarci c'è il compositore Dario Marianelli (che ha firmato la colonna sonora di Espiazione). 
La serata di premiazione si svolgerà il prossimo 13 gennaio e dovrebbe essere trasmessa regolarmente nonostante lo sciopero (vedi il mio precedente post). Il WGA (Writers Guild of America) ha annunciato la concessione alla HFPA del permesso di ingaggiare uno screenwriter per lo show. Non è certo, però, che tutti gli attori, soprattutto quelli candidati nelle categorie televisive, abbandoneranno le loro posizioni di sostegno al WGA per partecipare alla trasmissione.

Ecco l'elenco delle candidature del settore cinema:

MIGLIOR FILM (DRAMMA)
American Gangster
Espiazione
La promessa dell'assassino
Michael Clayton
No Country for Old Men
The Great Debaters
There Will Be Blood


MIGLIOR FILM (COMMEDIA O MUSICAL)
Across the Universe
Hairspray
Juno
La guerra di Charlie Wilson
Sweeney Todd


MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA (DRAMMA)
Denzel Washington per American Gangster
James McAvoy per Espiazione
Viggo Mortensen per La promessa dell'assassino
George Clooney per Michael Clayton
Daniel Day-Lewis per There Will Be Blood

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA (DRAMMA)
Angelina Jolie per A Mighty Heart - Un cuore grande
Julie Christie per Away from Her - Lontano da lei
Cate Blanchett per Elizabeth: The Golden Age
Keira Knightley per Espiazione
Jodie Foster per Il buio nell'anima

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA (COMMEDIA O MUSICAL)
Philip Seymour Hoffman per La famiglia Savage
Tom Hanks per La guerra di Charlie Wilson
Ryan Gosling per Lars e una ragazza tutta sua
Johnny Depp per Sweeney Todd
John C. Reilly per Walk Hard: The Dewey Cox Story

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA (COMMEDIA O MUSICAL)
Amy Adams per Come d'incanto
Nikki Blonsky per Hairspray
Ellen Page per Juno
Marion Cotillard per La Vie en rose
Helena Bonham Carter per Sweeney Todd

MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
John Travolta per Hairspray
Casey Affleck per L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford
Philip Seymour Hoffman per La guerra di Charlie Wilson
Tom Wilkinson per Michael Clayton
Javier Bardem per No Country for Old Men

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA
Saoirse Ronan per Espiazione
Amy Ryan per Gone Baby Gone
Cate Blanchett per Io non sono qui
Julia Roberts per La guerra di Charlie Wilson
Tilda Swinton per Michael Clayton

MIGLIORE REGIA
Ridley Scott per American Gangster
Joe Wright per Espiazione
Julian Schnabel per Lo scafandro e la farfalla
Ethan Coen e Joel Coen per No Country for Old Men
Tim Burton per Sweeney Todd

MIGLIOR SCENEGGIATURA
Christopher Hampton per Espiazione
Diablo Cody per Juno
Aaron Sorkin per La guerra di Charlie Wilson
Ronald Harwood per Lo scafandro e la farfalla
Dana Coen e Joel Coen per No Country for Old Men

MIGLIORE COLONNA SONORA
Dario Marianelli per Espiazione
Clint Eastwood per Grace Is Gone
Michael Brook per Into the Wild
Howard Shore per La promessa dell'assassino
Alberto Iglesias per The Kite Runner

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE
Come d'incanto ("That's How You Know")
Grace Is Gone ("Grace Is Gone")
Into the Wild ("Guaranteed")
L'amore ai tempi del colera ("Despedida")
Walk Hard: The Dewey Cox Story ("Walk Hard")

MIGLIOR FILM STRANIERO
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni
Lo scafandro e la farfalla
Lussuria - Seduzione e tradimento
Persepolis
The Kite Runner


MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Bee Movie
I Simpson - Il film
Ratatouille


PREMIO SPECIALE CECIL B. DE MILLE
Steven Spielberg





Carina la statuetta, eh? Beh, di sicuro è esteticamente migliore di quella dell'Oscar...




permalink | inviato da CineMarina il 15/12/2007 alle 8:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
15 dicembre 2007
Paese che vai, sciopero che trovi!
Leggo sul sito di Kataweb che sono passate ormai quasi 6 settimane (precisamente dal 5 novembre) da quando gli autori televisivi e gli sceneggiatori cinematografici di Hollywood hanno incrociato le braccia. Il motivo? La WGA (Writers Guild of America) sta trattando il rinnovo di un contratto scaduto il 31 ottobre scorso sui compensi da versare alle penne dell'industria dello spettacolo: il patto con la AMPTP (Alliance of Motion Picture and Television Producers) non sembra però andare in porto. Autori e sceneggiatori vorreddero ricevere una retribuzione anche per gli show distribuiti su Internet: le maggiori serie televisive vanno infatti in onda sui siti dei rispettivi canali, con interruzioni pubblicitarie che garantiscono un guadagno esclusivamente alle emittenti. Attraverso i vari comunicati stampa, la WGA afferma che Nick Counter, rappresentante dei produttori, "non ha permesso al sindacato di rispondere alla sua ultima proposta che riguarda aspetti cruciali dei compensi", mentre la AMPTP accusa la strategia messa in atto dalla WGA, che "sembra fatta apposta per ritardare o deragliare le trattative, invece di facilitare la fine di questo sciopero". L'agitazione ha già provocato danni economici gravi alla fiorente industria televisiva: alcuni telefilm hanno dovuto chiudere momentaneamente per mancanza di copioni e soprattutto di autori pronti a correggere le battute durante le riprese. Le prime ripercussioni si sono avute anche sul mondo del cinema, con produzioni sospese come Angeli e demoni, il prequel del Codice Da Vinci. Membri dello staff di vari show sono stati licenziati poco dopo l'inizio della protesta: Jay Leno, conduttore di un popolare talk show, ha pagato per una settimana il salario di 80 operatori licenziati dalla Nbc, il canale sul quale va in onda il suo programma. Lo stesso hanno fatto i colleghi David Letterman e Jimmy Kimmel. Vari attori e registi hanno dato il loro appoggio più o meno dichiarato agli scioperanti. Un gesto che segnala una forte solidarietà tra gli addetti ai lavori.





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12 dicembre 2007
La catarsi qui non arriva con le rane, ma con la neve (ovvero: "Crash")
Il talentuoso Paul Haggis, nella doppia veste di sceneggiatore (insieme a Robert Moresco) e di regista, ci racconta un puzzle delle vite di numerosi personaggi, presi a coppie (una casalinga e il marito procuratore, un iraniano proprietario di un 24hours shop e sua figlia, due detective, il direttore nero di un canale televisivo e la moglie, un fabbro latinoamericano e la sua figlioletta, due ladri di automobili, una recluta e un veterano della polizia, un'anziana coppia di coreani...), alle prese con alcuni problemi quotidiani - dovuti all'ignoranza, alla superficialità, al pregiudizio, al rancore, all'odio, all'intolleranza, all'ipocrisia, alla misantropia. La macchina da presa diventa l'occhio di un osservatore esterno e neutrale che, nel suo ruolo privilegiato, analizza casualmente queste microstorie i cui protagonisti, svelati e delineati benissimo mano a mano, emergono dal caos della metropoli - e non rimangono quindi tristemente anonimi. Crash (2005) non tratta solo del razzismo, ma anche di un malessere che colpisce tutti, indiscriminatamente: parla dell'ansia di solitudine, delle fobie di sicurezza (tipica sindrome post 11 settembre), della mancanza di amore, della paura del contatto - soprattutto di quello fisico. Eppure quell'incontro/scontro, prima rifiutato per puro istinto difensivo, alla fine lo si cerca disperatamente - per l'innato bisogno di sentire, di provare qualcosa. I personaggi - così diversi e così uguali tra di loro - si muovono per 36 ore in una Los Angeles cupa e oscura (con la bella fotografia di J. Michael Muro), spettro di un paese - l'America - il cui sogno pare essere svanito nel nulla. Incapaci di guardare e di guardarsi, di capire e di capirsi, di ascoltare e di ascoltarsi, questi uomini e queste donne si sentono come imprigionati in un meccanismo senza un'apparente via di scampo o di riscatto (e difatti il film è costruito come un cerchio narrativo che torna su se stesso). Haggis ribalta la convenzionale e semplicistica polarità buono-cattivo, mostrandoci le varie sfumature del carattere umano. E affrontando la complessa materia senza remore o eufemismi. Eccezionale tutto il cast, espressione di un'umanità dolente. Colpisce la colonna sonora di Mark Isham che sottolinea le immagini forti con echi morbidi: un contrasto voluto che affascina. Un film qui immorale e lì etico, qua pessimista e là aperto ad uno spiraglio di speranza, a tratti brutale e a tratti delicato, a volte amaro e a volte dolce: comunque scomodo. Con una piccola provocazione: abbiamo tantissimi strumenti per comunicare, ma in pratica restiamo soli. Il progetto di Crash, ispirato a un’esperienza personale, è nato quando Haggis era un produttore-autore tv quasi sconosciuto. Il film è diventato realtà grazie anche all'intraprendenza dell'attore Don Cheadle, che si è appassionato così tanto alla storia da produrre la pellicola e da riuscire a coinvolgere molti colleghi famosi suoi amici (Matt Dillon, Sandra Bullock, Thandie Newton, Brendan Fraser, Terrence Howard, Ryan Phillippe...). Un altro film corale che non è costato niente e che, grazie al passaparola, si è conquistato il giudizio sia del pubblico che della critica (che lo ha premiato in diverse occasioni): uno schiaffo in faccia, uno specchio che riflette l'attualità in modo travolgente e vibrante, una pellicola asciutta e intensa che alterna momenti concitati a pause meditative. Un'opera adulta e motivata che non lascia indifferenti e che suscita tante domande.
E scusate se è poco.




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10 dicembre 2007
Una leggenda senza tempo né spazio (ovvero: "Across the Universe")
Across the Universe (2007) si apre su una giornata grigia e nebbiosa. Un ragazzo dà le spalle alla macchina da presa mentre è seduto su una spiaggia invernale, davanti al mare agitato che è preda della bassa marea. Poi, lentamente, egli si volta e comincia a parlare - anzi: a cantare - volgendo il suo sguardo verso di noi. Un inizio malinconico - che ricorda l'incipit di Moulin Rouge - e subito lo spettatore rimane coinvolto nella storia di questo giovane operaio del cantiere navale di Liverpool che decide di partire alla ricerca del padre mai conosciuto per l'America, dove troverà l'amore - oltre a scontrarsi con la realtà della guerra in Vietnam, dei movimenti pacifisti, della ribellione studentesca... Across the Universe è una curiosa opera pop-rock in cui un gruppo di attori bravi, giovani e semisconosciuti (dalle bellissime voci) reinterpreta 33 canzoni dei Beatles - scelte tra le oltre 200 scritte dal gruppo - che, riarrangiate per l'occasione (anche con echi di Janis Joplin e di Jimi Hendrix), acquistano nuova linfa, immerse in contesti e significati diversi. Un tentativo azzardato e rischioso - ma rispettoso ed entusiastico - di reinventare quel mondo con mezzi e linguaggi di oggi: missione compiuta. Certo, la trama del film è semplice, esile, elementare: in effetti il film può essere considerato come un insieme di quadri, di frammenti, di ricordi - ognuno con una sua personalità. Il risultato è una sorta di minicanzoniere dei Beatles, con ammiccamenti ai loro brani anche quando non sono cantati - vedi When I'm 64 e She Came In Through The Bathroom Window - ed evidenti strizzatine d'occhio - i nomi dei personaggi: la Lucy "in the Sky with Diamonds", l'"Hey" Jude, la "sexy" Sadie, il JoJo di "Get Back", il "Max(well)'s Silver Hammer", la "Dear" Prudence... Si evocano eventi come il Magical Tour sul bus hippy di Neal Cassady o fenomeni del periodo come i mitici santoni circensi (con spunti felliniani). Le vicende dei vari personaggi che appaiono sullo schermo sono all'inizio separate, ma ad un certo punto si uniscono, per poi separarsi e alla fine incontrarsi di nuovo. Ma non è questo il punto: ciò che la regista Julie Taynor vuole mostrarci è il ritratto di una generazione e di un tempo ormai perduti. Vuole farci sentire quasi fisicamente quel passato ricco di speranze, di fermenti e di promesse, osservato con un appassionato sguardo nostalgico. Di sicuro, condensare quei numerosi avvenimenti di tale portata storica e narrarli in poco più di due ore di pellicola sarebbe stata un'impresa impossibile (Forrest Gump a parte). La Taynor ha quindi scelto di offrire solo alcuni rapidi accenni allo scenario politico e sociale del tempo, inglobandoli alle piccole storie del film e lasciando invece ampio spazio alla musica. Forse nessun'altra band come quella dei Fab Four ha saputo parlare così bene della Vita attraverso le proprie canzoni (e sono sicura che i loro fan, mentre scorrono le immagini, riescono ad anticipare le canzoni inserite in quel momento o a suggerirne di più adatte in altre determinate situazioni). La regista ha omaggiato i Beatles, ma nello stesso tempo li ha "sfruttati" per spiegarci che per lei la musica è rimasta forse l'unica cosa ad avere un senso, su questa terra. La Taynor ha diretto diversi musical a teatro e ha firmato la regia di due film particolari - Titus e Frida - in cui la componente visiva era un punto fondamentale, intrisa com'era di spettacolarità, di colore e di energia. Unendo queste due direzioni della sua carriera artistica, la Taynor è giunta a realizzare un film che fonde il tutto in chiave onirica e psichedelica, condendolo di simboli e di allegorie. Non manca il suo smisurato amore per l'arte, anche quella di altre culture (dal teatro balinese alle marionette del Bread & Puppet Theatre, dal cubismo al surrealismo, dal collage ai graffiti d'avanguardia di Basquiat, dalla danza dei dervisci alla performance degli Stomp). Coreografie tradizionali (stile Broadway) si alternano ad altre molto originali (che richiamano i videoclip). Anche l'uso di tecniche e di trucchi come la saturazione del colore, l'animazione tridimensionale, la stop motion, il digitale e il green screen sono al servizio della resa dell'atmosfera dell'opera. Alcune sequenze - l'ironia critica nel militarismo di I Want You e l'intensa visionarietà nelle fragole e sangue di Strawberry Fields Forever - colpiscono e rimangono impresse più di altre. Un doveroso applauso va, insomma, a tutto il cast - tecnico e artistico. Peccato per il finale troppo sdolcinato, che comunque rimanda ad un mitico evento: era il 30 gennaio 1969, ed era appena passato mezzogiorno, quando i 4 cominciarono a suonare sul tetto del loro quartiere generale, la Apple (al numero 3 di Savile Row, Londra). Fu il loro ultimo concerto, prima dell'ufficiale scioglimento del gruppo. Che cantava canzoni senza età.

Nota negativa: la scarsa presenza dei sottotitoli in italiano per tradurre le canzoni... Non dico tanto per me - che conosco bene l'inglese e benino i brani dei Beatles - ma per la maggior parte del pubblico nostrano...

PS: Al film prendono parte anche delle guest stars in campo musicale - Bono, Joe Cocker e Eddie Izzard - e cinematografico - Salma Hayek.




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6 dicembre 2007
Il vento del potere (ovvero: "The Golden Age")
Secondo capitolo della trilogia dedicata alla figura di Elizabeth I Tudor (Cate Blanchett), The Golden Age (2007) - del regista pakistano anglicizzato Shekhar Kapur - illustra un altro periodo difficile nella storia del regno della sovrana inglese: quello dell'aperto conflitto con la Spagna di Felipe II (Jordi Mollà) - fondamentalista cattolico deciso a detronizzare Elizabeth e ad incoronare la cugina di lei, Mary Stuart (Samantha Morton), regina di Scozia. E questo accade in un momento particolarmente buio della religione cattolica, in cui l'ombra dell'Inquisizione minaccia con violenza l'Europa protestante. La congiura ordita per assassinare Elizabeth fallisce e Mary, accusata di alto tradimento, viene condannata a morte - sentenza approvata, seppur con un grande senso di colpa, da sua cugina. Così, quando l'Invincibile Armata spagnola salpa alla volta dell'Inghilterra, Elizabeth deve recuperare di nuovo la forza e il coraggio d'impugnare le armi. In questa cornice di cospirazioni, di complotti e d'intrighi, la regina deve anche fronteggiare la solita lista di pretendenti fornita dal segretario di stato Francis Walsingham (Geoffrey Rush), finendo però per declinare ogni offerta di matrimonio - fedele al suo voto di fedeltà esclusiva alla nazione. Elizabeth intanto stringe una solida amicizia con Walter Raileigh (Clive Owen), un cittadino senza titolo nobiliare che è diventato esploratore. Sedotta dagli affascinanti racconti delle sue avventure e intrigata dal suo spirito libero, colto e indipendente, Elizabeth si scopre innamorata - mostrandosi così più donna e meno sovrana. E, in particolare nell'ammaliante sequenza del ballo di corte, la regina si culla nell'ammaliante pensiero di sostituirsi a Bess Throckmorton (Abbie Cornish), la sua adorata (in un modo che suggerisce più di una semplice amicizia) dama di compagnia: la giovane diventa il suo doppio (anche nel nome), che agisce e sperimenta in sua vece l'amore per Raleigh - fregiato, nel frattempo, del titolo di Sir. Ma - si sa - l'amore può rendere anche deboli e vulnerabili: può minare certezze che si credevano salde e inattaccabili. Confusa dal sentimento e soffocata dal suo ruolo, Elizabeth rinuncia agli affari di cuore - prima con amara rabbia, poi con serena rassegnazione - per abbracciare completamente la causa politica, nel pesante clima venutosi a creare...
La bellezza di The Golden Age risiede soprattutto nell'accuratissima ricostruzione storica: le varie scene - tra fotografia, costumi e trucco impeccabili - sembrano quasi ricalcate sul modello dei dipinti d'epoca. Alcune sequenze - come la decapitazione di Mary - sono girate con particolare raffinatezza e solennità. Altre immagini hanno un sapore quasi onirico - come quella in cui un cavallo, caduto in mare, viene inquadrato dal basso. La potente e suggestiva musica - unita spesso a cori dagli accenti inquietanti - risulta invadente in più punti. Molto fluente ed efficace è l'uso del montaggio, al servizio di una trama complessa e di un intreccio complicato. La ricchezza della storia non risparmia gli eccessi. Il regista ha forse calcato un po' troppo la mano sull'argomento "fanatismo religioso", per esempio la rappresentazione: 1) degli spagnoli - tutti risentiti, lugubri, vestiti di nero, accecati dall'odio, con il rosario sempre in mano; 2) di Felipe II - che appare veramente un invasato e non esita a chiamare Elizabeth una bastarda e una puttana; 3) della figlioletta del sovrano spagnolo - che gioca piantando spilloni nel corpo di una bambola che ha fattezze della regina inglese; 4) di Mary - che paragona arditamente la sua vicenda alla Passione di Cristo. Melodramma e kolossal in costume, The Golden Age è un classico per gli amanti dei due generi. Ed è anche l'ennesima occasione per venerare la Blanchett, splendida "Regina Vergine" (per questo soprannome Raleigh battezzò Virginia una regione del Nuovo Mondo americano) che per la sua intensa interpretazione troneggia sugli altri (comunque notevoli) - anche grazie al suo superbo portamento scenico sia negli stupendi abiti regali che nelle vesti di guerriera amazzone. Kapur - che nel suo film alterna scene maestose (l'ambiente di corte) e grandiose (la battaglia) a piccoli sipari privati e lirici (i dialoghi tra la regina, Bess e Raleigh) - è poi molto abile a creare un magico equilibrio tra l'umanità e la mitizzazione di Elizabeth (e la scena finale ne è un perfetto esempio).
PS: In effetti, la vera golden age viene stabilita alla fine del film - e quindi probabilmente continuerà nel terzo episodio della serie, magari concentrandosi sul versante artistico e letterario del periodo...
Ci sarà anche Shakespeare, allora?




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5 dicembre 2007
L'attore è nudo (ovvero: "Man on the Moon")
Man on the Moon (1999) non è un “bel” film, non vuol piacere: sceglie di essere faticoso, scostante. Ed è un capolavoro. La pellicola racconta la vita della star televisiva americana Andy Kaufman. Lanciato negli anni Sessanta dal famoso programma Saturday Night Live - trampolino di lancio di moltissimi talenti comici – Andy si rivelò da subito una personalità eccentrica, provocatoria, stralunata. Meravigliava il pubblico con il suo primo personaggio - lo Straniero – un individuo impacciato e timido con le sue imitazioni ora pessime (Jimmy Carter) ora superbe (Elvis Presley). Era capace di spiazzare gli spettatori con le sue gag mai ripetitive e anche di sbalordirli con eventi apparentemente improvvisati - ma in realtà meticolosamente preparati (la sfida con il campione Jerry Lawler). Confondeva il pubblico esibendosi nella lettura integrale de Il grande Gatsby. Alternava imbarazzanti silenzi ad osceni monologhi per bocca di un personaggio molto riuscito - perché molto odiato (il cantante di Las Vegas Tony Clifton). La sua dichiarata misoginia (sfidava senza alcuno scrupolo le campionesse di wrestling e inveiva contro le donne durante il Saturday Night Live) si scontrava con l'infinito amore per la sua compagna, Lynne Margulies. Sapeva essere estremamente crudele (per esempio rifiutandosi improvvisamente di recitare in una puntata di Fridays), ma anche inaspettatamente dolce (al punto da servire latte e biscotti alla fine di un memorabile show al Carnegie Hall). La critica lo elogiava e lo denigrava in egual misura, mentre tanti conduttori (come David Letterman) rimanevano sempre stupiti dall'esito delle loro interviste con lui. Quando fu contattato per la popolare sitcom Taxi, nella parte di Latka – un ulteriore sviluppo del suo personaggio dello Straniero – si mostrò molto reticente riguardo alle rigide regole della produzione, ma soprattutto temeva di rimanere intrappolato in quel ruolo. Acettò il contratto solo grazie alle insistenze del suo agente George Shapiro, ma pose alcune condizioni: Latka venne creato con un disordine da personalità multipla. Uno dei colleghi di Kaufman in Taxi era Danny De Vito. Ed è stato proprio lui a voler produrre (e interpretare, nella parte di Shapiro) Man On the Moon, convincendo Milos Forman a dirigerlo. Il regista cecoslovacco si è spesso confrontato con personaggi realmente esistiti molto diversi tra loro - ma in realtà simili perché tutti anticonformisti, incompresi, coraggiosi, determinati, in bilico tra genialità e follia, dediti al proprio lavoro e assorbiti nel proprio credo artistico al punto tale da subodinare la propria personalità: Wolfang Amadeus Mozart, Larry Flynt, Francisco Goya. E Andy Kaufman. Forman è sempre stato interessato all'eccesso. Qui, egli “usa” un corpo comico come quello di Jim Carrey, “piegandolo” alle esigenze del dramma. L'attore canadese ha dato un grande contributo alla riuscita del film, grazie alle sue indiscusse capacità comiche ma soprattutto alla profonda vena drammatica della sua recitazione – ormai scoperta dal pubblico ma ancora ignorata dalla maggior parte della critica. Kaufman odiava essere etichettato come comico, perché voleva essere preso sul serio: era quasi ossessionato dall'esigenza di creare una nuova, personale forma di spettacolo smontandone i meccanismi classici. E questo significava portare lo spettacolo oltre i confini dell'abitudine produttiva, del “già visto”, del banale e delle aspettative del pubblico. Il suo carattere frenetico e rivoluzionario contrasta con la regia pacata e tradizionale, quasi teatrale, di Forman. Artista masochista, capace di scherzi atroci, di non essere mai come gli altri si aspettavano che fosse, Kaufman morì a soli 35 anni, nel 1984, per un cancro ai polmoni. Molti addirittura dubitarono della sua morte per anni, ritenendo la notizia della sua scomparsa come la sua burla definitiva. Dietro la maschera che si era creato, si trovava un uomo con le sue fragilità e contraddizioni, vittima della stessa mistificazione. Il sospetto nella gente nacque per la strana causa della sua morte: quel tipo di tumore è molto raro in un non fumatore e in persone al di sotto dei 50 anni. Lo stesso Kaufman disse che prima o poi avrebbe inscenato la sua morte, per tornare 20 anni dopo, dando vita ad una vera e propria leggenda. Perché lo spettacolo è un inganno palese e dichiarato, e nello stesso tempo occultato. E fu così che il funerale di Andy si tramutò nel suo ultimo one man show.
If you believe they put a man on the moon... (REM)




permalink | inviato da CineMarina il 5/12/2007 alle 22:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
4 dicembre 2007
Traduttore della globalizzazione cercasi (ovvero: "Babel")
Dal Libro della Genesi (11, 1-9)
Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: "Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco". Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra". Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: "Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

I film del messicano Alejandro Gonzales Inarritu (Amores perros, 21 grammi) hanno una particolare caratteristica: raccontano alcune storie che all'inizio sembrano molto lontane tra di loro ma che ad un certo punto, a causa di forti legami prima nascosti e ora rivelati, si intrecciano e camminano insieme. Ultimamente Hollywood è affascinata dalle storie corali che affiancano, ad una forte tensione emotiva, una programmatica cerebralità. Inarritu offre, con Babel (2006), una sintetica panoramica sul mondo. E usa un oggetto per unire le varie vicende raccontate: un fucile. La logica spietata del caso - o del destino - unisce le vite di quattro gruppi di persone in diverse zone del pianeta (Africa -> Marocco, Stati Uniti -> California, America centrale -> Messico, Asia -> Giappone). Quattro luoghi in cui i protagonisti (un elogio va al fantastico cast) sono o si sentono stranieri. Quattro lingue più una - quella dei segni. Quattro episodi di solitudine, di emarginazione, di rapporti spenti e inariditi, di dolore. La trama così costruita può risultare complessa, ma alla fine è estremamente semplice. Il racconto va e viene, nel tempo e nello spazio - nel tipico stile di Inarritu - attento ai fusi orari, alle luci, ai corpi, ai suoni dei vari luoghi rappresentati. Per questo la fotografia è splendida. E il montaggio diventa parte integrante della regia: passaggi veloci si alternano a sequenze lunghe e apparentemente interminabili. La macchina da presa riesce a catturare - in un insieme denso di pessimismo - le angosce, il desiderio di amore, la paura dell'abbandono, la disperazione, lo spaesamento, le incomprensioni, il rischio di anonimia, le esitazioni, le chiusure tra diverse generazioni, il disfacimento dei valori tradizionali, le barriere culturali... Il regista analizza con profondità le reazioni dei protagonisti alla situazione che stanno vivendo, presentando la realtà cruda e violenta: niente del melodramma viene risparmiato allo spettatore, che segue la storia provando in più punti un acuto senso di disagio misto a fastidio - fisico e mentale. Babel - premio per la Regia al 59° Festival di Cannes - parla di un tema attuale: quello dell'incomunicabilità. Ciò che è più terribile è che le persone non si capiscono più tra di loro, o non vogliono capire, o non vogliono farsi capire. Mentre il mondo dell'informazione si fa sempre più soffocante.
E tutti giù per terra.





permalink | inviato da CineMarina il 4/12/2007 alle 19:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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