Dal Libro della Genesi (11, 1-9)
Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l'un l'altro: "Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco". Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra". Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: "Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro". Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.
I film del messicano Alejandro Gonzales Inarritu (Amores perros, 21 grammi) hanno una particolare caratteristica: raccontano alcune storie che all'inizio sembrano molto lontane tra di loro ma che ad un certo punto, a causa di forti legami prima nascosti e ora rivelati, si intrecciano e camminano insieme. Ultimamente Hollywood è affascinata dalle storie corali che affiancano, ad una forte tensione emotiva, una programmatica cerebralità. Inarritu offre, con Babel (2006), una sintetica panoramica sul mondo. E usa un oggetto per unire le varie vicende raccontate: un fucile. La logica spietata del caso - o del destino - unisce le vite di quattro gruppi di persone in diverse zone del pianeta (Africa -> Marocco, Stati Uniti -> California, America centrale -> Messico, Asia -> Giappone). Quattro luoghi in cui i protagonisti (un elogio va al fantastico cast) sono o si sentono stranieri. Quattro lingue più una - quella dei segni. Quattro episodi di solitudine, di emarginazione, di rapporti spenti e inariditi, di dolore. La trama così costruita può risultare complessa, ma alla fine è estremamente semplice. Il racconto va e viene, nel tempo e nello spazio - nel tipico stile di Inarritu - attento ai fusi orari, alle luci, ai corpi, ai suoni dei vari luoghi rappresentati. Per questo la fotografia è splendida. E il montaggio diventa parte integrante della regia: passaggi veloci si alternano a sequenze lunghe e apparentemente interminabili. La macchina da presa riesce a catturare - in un insieme denso di pessimismo - le angosce, il desiderio di amore, la paura dell'abbandono, la disperazione, lo spaesamento, le incomprensioni, il rischio di anonimia, le esitazioni, le chiusure tra diverse generazioni, il disfacimento dei valori tradizionali, le barriere culturali... Il regista analizza con profondità le reazioni dei protagonisti alla situazione che stanno vivendo, presentando la realtà cruda e violenta: niente del melodramma viene risparmiato allo spettatore, che segue la storia provando in più punti un acuto senso di disagio misto a fastidio - fisico e mentale. Babel - premio per la Regia al 59° Festival di Cannes - parla di un tema attuale: quello dell'incomunicabilità. Ciò che è più terribile è che le persone non si capiscono più tra di loro, o non vogliono capire, o non vogliono farsi capire. Mentre il mondo dell'informazione si fa sempre più soffocante.
E tutti giù per terra.

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CineMarina il 4/12/2007 alle 19:20 | |